.

 
Diario
 


Noi siamo convinti che il mondo, anche questo terribile, intricato mondo di oggi può essere conosciuto, interpretato, trasformato, e messo al servizio dell'uomo, del suo benessere, della sua felicità. La lotta per questo obiettivo è una prova che può riempire degnamente una vita. Enrico Berlinguer


STANNO PASSANDO di QUI "COMUNISTI" Berluscounter!


24 novembre 2007

conferenza provinciale di oragnizzazione

CONFERENZA PROVINCIALE DI ORGANIZZAZIONE

Sabato 1 dicembre 2007

ore 15-19

Sala Via Verdi, 10 - Macerata

 


Sinistra Democratica è il luogo dell'impegno politico dei compagni che 
non condividono lo scioglimento dei Democratici di Sinistra e credono
ancora che in I
talia serve un soggetto progressista, di sinistra,
collegato al socialismo europeo
, come pure delle tante persone che si
sono allontanate per sfiducia da una politica sempre più degradata e
che attendono segnali di un reale rinnovamento, in nome dei valori vissuti
autenticamente e dell'impegno per la collettività. Sinistra Democratica
lavora all'obiettivo di aggregare tutti i partiti della Sinistra,
associazioni, movimenti e cittadini, che condividono il progetto di una
Sinistra unita, forte, di governo
. La Conferenza Provinciale di
Organizzazione
, con la partecipazione del sen. Giorgio Mele della
Direzione Nazionale, serve: 1) a dare al nostro movimento, dopo i primi
mesi di avvio, una struttura più solida, capace di costruire una rete
su tutto il territorio provinciale; 2) definire una piattaforma
programmatica rispetto alle questioni politico-amministrative del
nostro territorio provinciale e un calendario di iniziative sui temi
nazionali, che più ci caratterizzano.

O.d.G.          - Relazione introduttiva del Coordinatore provinciale;

                      - Intervento del sen. Giorgio Mele (Direzione nazionale Sinistra    Democratica);

                      - DIBATTITO;

                      - Elezione degli organismi.

 

Si raccomanda la partecipazione di tutti e si invita a portare i proprio contributo di idee.

 



Igino Colonnelli


23 novembre 2007

INCONTRI

GIOVEDÌ, 6 DICEMBRE 2007    


UNIVERSITÀ:
qualità della formazione
qualità del lavoro

Proposte per un sistema universitario
integrato delle Marche .



ore 15,00
Macerata, Asilo Ricci
(vicino Piazza Mazzini)

Interverranno :
Carlo Alberto Graziani  ,Università di Siena
Un passo oltre. Le peculiaritàdel sistema formativo
universitario marchigianoe una sfida: l’Ateneo delle Marche.


Cristina Davino, Francesco Palumbo ,Università di Macerata
Una lettura critica dei dati statistici
sugli sbocchi occupazionali dei laureati


Enzo Pesciarelli  ,Preside della Facoltà di Economia,
Università Politecnica delle Marche
Università, autonomia, innovazione.

Antonio Quagliani, Università di Urbino
Processi decisionali e democrazia
universitaria: punti criticie proposte di riforma.

Fulvio Esposito ,Università di Camerino
Le prospettive di integrazionetra gli Atenei delle Marche.

Francesco Adornato Preside della facoltà di Scienze politiche,Università di Macerata
L’ Università tra internazionalizzazione e territorio.

Daniele Principi Consiglio degli studenti,Lista Officina Universitaria.
Essere studenti oggi.Riflessioni e proposte sull’Università.

Anna Marinari Segretaria generale Flc CGIL Marche
Autonomia e rapporto con il territorio.Per un’offerta formativa regionale.

DIBATTITO

Conclude:

Alba Sasso
Vice Presidente della Commissione
Cultura della Camera.





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23 novembre 2007

INCONTRI


Venerdì 30 novembre

Per l’unità della sinistra,
PARTIAMO
DAI CONTENUTI




ore 17,30 - ASILO RICCI

PRESENTAZIONE dei RISULTATI del QUESTIONARIO



Interverranno:

Pietro FOLENA - PRC-SE
Paolo GUERRINI -PDCI
Claudio MADERLONI - SD


SINSTRA  UNITA  MACERATA




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11 novembre 2007

materiali iniziativa Università

 

Dal sito nazionale di Sinistra Democratica.

Università e ricerca.Le riforme Mussi e le anime belle.

di Giovanni Ragone*

L’università e la ricerca pubblica sono il volano fondamentale di cui l’Italia può disporre per una strategia di rilancio in chiave europea. Invece continuiamo a viaggiare su livelli di istruzione superiore troppo bassi, nonostante i recenti progressi che però riguardano i giovani e tagliano ancora fuori i lavoratori adulti. E restano desolatamente scarsi gli investimenti complessivi delle imprese in ricerca, nonostante i molti denari elargiti dalle casse pubbliche a loro favore. Per i diesse questi erano cavalli di battaglia, finché si stava all’opposizione. Ora, dopo un anno e mezzo di centrosinistra, gli stessi ex dirigenti politici del settore sembra vogliano suonare gli zufoli della critica al governo, ma dovrebbero piuttosto guardare in casa loro. Come era prevedibile ed evidente a tutti, Fabio Mussi si è trovato a dover gestire l’eredità avvelenata lasciata da Berlusconi e Moratti: circa un miliardo - su un budget complessivo di 9-10 annui – dirottato verso la ricerca delle imprese, con modestissimi risultati in termini di brevetti e anzi con un riposizionamento negativo dell’Italia nel quadro internazionale; bilanci delle università e degli enti pubblici massacrati al punto tale da deprimere la ricerca, da impedire miglioramenti nelle strutture necessarie per i corsi di laurea, e da ingolfare di giovani precari pagati pochissimo e con scarsissime prospettive di accesso stabile dipartimenti e istituti scientifici; una legge sbagliata e inapplicabile approvata a fine legislatura che impedisce di svolgere i concorsi; dirigenti ministeriali e vertici degli enti di ricerca in diversi casi impresentabili e tenacemente abbarbicati alle loro poltrone; docenti e ricercatori spinti a cercare di arrangiarsi da soli e con ogni mezzo, in un clima di progressivo deterioramento. Come è abbondantemente dimostrato dalla crescita esponenziale delle cattive notizie che hanno invaso le pagine dei giornali dell’ultimo anno, l’abbandono, la mancanza di governo effettivo e di orientamento delle università e degli enti, hanno prodotto il radicamento di vere e proprie patologie, che vanno fronteggiate con intransigenza e lucidità. Soprattutto dalla Sinistra, che su questo punto deve mantenere salda una responsabilità politica e morale che va anche oltre l’azione di governo di questi mesi: se il paese continuerà a percepire l’università prevalentemente come una sentina di scandali, ogni sforzo per reinnestare una crescita di lunga durata, verrà sterilizzato alla radice. Mentre secondo le più autorevoli inchieste internazionali, i nostri ricercatori sono ancora tra i migliori e i più produttivi al mondo, sebbene partano in generale da finanziamenti e strutture inadeguati.
Di qui, obbligatoriamente, era necessario muoversi. Per garantire le necessarie risorse economiche, prima di tutto, ma anche per innestare con forza criteri di valutazione imparziale, di rigore e premialità come fattori influenti ad ogni livello del sistema. Dunque per ridisegnare e correggere parzialmente le relazioni tra governo e autonomie. Ringiovanire, cambiare la costituzione materiale delle università e degli enti (ancora più importante delle regole formali), innescare processi di qualità. Come è andata, questa partita?
Sul primo versante, quello delle risorse, si è aperto nel centrosinistra uno scontro duro tra Mussi e i circoli degli economisti liberisti vicini a Prodi, o “terzisti”, a lato di uno scontro altrettanto duro con il Ministero dell’Economia. Nella finanziaria 2007, in totale contrasto con il programma dell’Unione e con le dinamiche di investimento di tutti i paesi avanzati (per non parlare di Cina, India, Corea, Vietnam, ecc. che in questi settori galoppano), università e enti sono stati ulteriormente indeboliti, mentre sul dato positivo di un finanziamento aggiuntivo per la ricerca di 300 milioni si sono accaniti i successivi tagli (sulle “spese intermedie”, “trasversali”, ancoraggio al TFR e altri accorgimenti, oltre alla tecnica del ritardo burocratico) che hanno falcidiato la disponibilità delle risorse, causando un ritardo inaccettabile di sei mesi nei bandi nazionali per la ricerca di base. Non contenti, i vari Giavazzi, Perotti e compagni continuavano a far suonare la loro musica sui maggiori quotidiani: l’università pubblica è inefficiente e di bassa qualità, concentriamo le risorse solo su alcune eccellenze e reintroduciamo i valori di mercato, vale a dire: gli studenti paghino i costi reali, 18/30.000 Euro l’anno. Peccato che in tutto il pianeta, tutti gli stati facciano il contrario, vale a dire moltiplichino gli investimenti pubblici.
Intanto i media iniziavano a massacrare la credibilità del mondo universitario, dipinto come una parentopoli generalizzata, validamente aiutati da un evidente allentamento delle regole deontologiche e della cultura istituzionale. Che gli scandali vengano alla luce, è anche effetto della presenza di un ministro rigoroso; ma ne deriva anche l’assoluta necessità di un intervento sulle regole, quelle che riguardano l’etica individuale, ma anche quelle di governance e di amministrazione. Ed ecco che dopo numerosi atti compiuti in questo senso si è arrivati alla finanziaria 2008 con un tentativo di accordo preventivo tra Mussi e Padoa Schioppa, sulla linea “più risorse, in cambio di più valutazione, premialità e rigore amministrativo”. Risultato, si recuperano 400 milioni (ma sono 200 se si scontano una serie di costi aggiuntivi inevitabili), come primo parziale segnale di inversione di tendenza (per stare al passo con l’UE, il nostro paese deve investire 3-4 miliardi in più). Il messaggio, dunque, è chiaro: risorse in crescita implicano necessariamente sostanziose riforme delle regole, per garantire azioni di miglioramento della qualità delle strutture e dei risultati.
E qui la sinistra, e il centrosinistra nel suo insieme, sono chiamati a una valutazione di fondo. Occorre prendere atto che una prima fase del processo autonomistico degli Atenei (una dinamica che interessa tutta l’Europa continentale), è esaurita. Il sistema è ora molto diversificato, con università che vanno, altre che non vanno e decadono, e alcune avviate verso un baratro finanziario. Per fare un esempio macroscopico, che riguarda tutti quelli che lavorano e studiano all’università ma anche il futuro del paese: la riforma dei tre livelli di istruzione superiore (il “processo di Bologna” innestato a livello europeo ai tempi del ministero di Luigi Berlinguer) ha prodotto un forte aumento dei laureati, un abbreviamento sostanzioso degli anni necessari per laurearsi, un primo avvicinamento tra formazione e professioni, ma anche molti guai da correggere. Per ripartire, è necessaria una sintesi politica e pratica tra le posizioni più convinte della necessità di una seconda fase dell’autonomia (governata e responsabile, con regole e obiettivi di sistema più chiari, lotta alle patologie, paletti non valicabili sui bilanci, insieme a un vero sistema nazionale di valutazione dei risultati e soprattutto a veri e significativi effetti economici e simbolici della valutazione) e le forze più avanzate, propulsive e innovatrici delle autonomie. Che non sono solo gli atenei che funzionano meglio, ma gruppi di ricerca disseminati a macchia di leopardo, qui e là valorizzati o compressi ed emarginati da baronie e gestioni mediocri di varie risme. Occorre una sintesi politica, che esca dalla mistica ideologica dell’autonomia, e dalla fiducia ingiustificata in una sua propulsione non orientata e governata, così come dalle nostalgie più o meno confessate del centralismo, che riaffiorano sia a destra che a sinistra.
Su questa base, una serie di interventi di riforma impegnativi e di notevole impatto è stata imbastita dal ministero Mussi, nonostante le evidenti difficoltà parlamentari della maggioranza: il piano di finanziamento speciale per l’assunzione di ricercatori, la riforma dei concorsi di accesso, l’istituzione dell’Agenzia Nazionale per la valutazione dell’università e la ricerca, la riforma dei percorsi di laurea di primo e secondo livello, le manovre di correzione dell’eccessiva frantumazione e disseminazione del tessuto universitario sul territorio e della scarsa qualità dell’offerta formativa, l’introduzione di meccanismi premiali, una riforma generale in senso autonomistico degli enti di ricerca, un forte aumento dei fondi messi a disposizione della ricerca di base, l’introduzione dei “search committee” per la scelta dei vertici in modo “difeso” dalle pressioni politiche. E ora l’avvio della revisione generale dei percorsi formativi, con una consistente riduzione del numero dei corsi di laurea e dei numeri chiusi e il richiamo a standard qualitativi più alti. Si sta lavorando in queste settimane alla definitiva revisione delle cosiddette università (?) telematiche, alla riforma del dottorato di ricerca, al codice deontologico dei docenti, ad iniziative legislative sui concorsi, la governance e la “terza fascia” della docenza, e alle nuove regole per il finanziamento della ricerca. Entro gennaio, se verrà confermato il testo della finanziaria 2008, scatteranno le nuove regole per il finanziamento delle università secondo modelli premiali. L’insieme di questi provvedimenti rappresenta il più complesso e il più rapido sforzo di cambiamento, dopo il ciclo di riforme avviato da Antonio Ruberti (che richiese più di dieci anni per il suo completamento). Il tutto, in un contesto di governo a maggioranza debole, con vincoli durissimi sul piano finanziario, e nonostante la difficile praticabilità delle riforme fatte prevalentemente per via amministrativa, che richiedono un iter di 8-10 mesi per quasi ogni passo.
Una dinamica certa di incrementi costanti e consistenti delle risorse al sistema pubblico, e una nuova fase delle autonomie, questa è la missione. Servirebbe un’intera legislatura con azioni successive, graduali, rigorose, in dialogo sempre aperto con le comunità scientifiche. Non so se le condizioni politiche consentiranno tutto questo. Ma è certo che perché si prosegua occorre una forte unità a livello politico, contro le posizioni dei liberisti di centrosinistra, e per spostare ulteriormente il centro su una linea di investimenti e riforme (l’opposizione su questo terreno è spesso demagogica e non propositiva). E invece… Invece qualcosa tra i “democratici” sembra muoversi in senso contrario, dietro qualche nube di polvere. Vi sono prese di posizione su riviste e anche su organi ufficiali della galassia PD, di tono piuttosto superficiale e imbarazzante, che non è possibile ignorare in nome di una necessaria collaborazione. Meglio essere chiari: pane al pane, vino al vino. Se va ricostruito un patto tra sinistra e democratici, confrontiamo seriamente analisi e programmi. La Sinistra, che a sua volta ha aperto il suo cantiere, trovando già in questi mesi buoni livelli di unità delle diverse forze sulle questioni essenziali, non può accettare una operazione da “anime belle”, che – a quanto si vede - consiste nel denunciare una deriva centralistica nel rapporto governo-università, nel fingere di ignorare che la politica economica di Prodi e Padoa Schioppa è tuttora miope rispetto all’asset strategico ricerca pubblica, e nel attribuire la colpa di quello che non va alle ossessioni regolamentari e all’inefficienza ministeriale. Nessuna critica può essere respinta a cuor leggero. Tuttavia una domanda sorge spontanea: non sarà questo “chiamarsi fuori” una foglia di fico per coprire l’enorme disagio che tutta la sinistra nel mondo dell’università e della ricerca sta vivendo dopo aver constatato l’elefantesca, vistosissima mancanza di impegno dei dirigenti e dei ministri DS quando si è andati alla prova dei fatti? Dove erano Fassino e i suoi ministri con effettive responsabilità decisionali quando la finanziaria 2007 ha clamorosamente mancato il bersaglio atteso? Solo con i pannicelli ideologici dell’autonomia, della liberalizzazione e della competizione, purtroppo, non si va molto avanti. Magari si schivano le responsabilità, ma non si affronta il nodo politico della centralità della ricerca e della formazione. Su cui, finora, il PD balbetta.
Dal canto suo il cantiere della Sinistra deve sviluppare una riflessione attenta su quella che è già da tempo una fase due dell’autonomia universitaria. Che deve essere di rilancio, non di ripiegamento. Mentre alcune mitologie ed abbagli dei liberisti di sinistra stanno cadendo, già da anni le stesse università e enti più efficienti chiedono una verifica seria su obiettivi e regole, con valutazione e risorse adeguate. La gara che ci deve interessare è quella sulla qualità; la premialità deve incentivare i soggetti che si muovono più velocemente verso il raggiungimento di obiettivi utili al paese (non riducibile al “mercato” della formazione e della ricerca). Uno dei primi atti del governo di Tony Blair fu di imporre alle autonome università inglesi un sistema di valutazione esterna più agguerrito e una serie di obiettivi di sistema. Naturalmente, si beccò le sue accuse di centralismo.
Ridiamo piuttosto linfa culturale e teorica all’autonomia. La transizione per adeguarsi all’economia del mondo digitale, alla società in rete, è già in pieno sviluppo, e occorre governarla. Già oggi l’università forma la parte sostanziale della forza lavoro; la questione decisiva è come sviluppare l’apertura delle conoscenze, una mentalità attiva e in grado di nutrire criticità sulle organizzazioni, lo sviluppo dei valori etici e professionali. Come adeguare la forma delle università alle nuove missioni più complesse e trasversali: la prima formazione ma anche l’apprendimento permanente degli adulti, la ricerca fondamentale ma anche il trasferimento delle conoscenze, l’intreccio con tutti gli attori possibili per contribuire allo sviluppo come motori dell’innovazione… Quindi servono università aperte, anzi apertissime, e nello stesso tempo saldamente autonome, protagoniste, non digeribili dai poteri economici e politici. Occorre evitare che l’élite si formi prevalentemente all’estero, dunque va sostenuto a tutti i costi il merito (se si arrivasse a portare 100.000 studenti meritevoli e privi di mezzi ai livelli più alti di laurea attraverso istituzioni speciali del tipo della Normale di Pisa, se riuscissimo a raddoppiare le borse e gli stipendi dei giovani dottarndi e ricercatori…). E andiamo ancora più alla radice: occorre una rapida metamorfosi delle vecchie forme dell’insegnamento, perché gli studenti di oggi e di domani sono in grado di apprendere solo in modo ibrido tra il libro e le nuove tecnologie della rete, che ci sfidano a ribaltare i modelli, verso l’istituzionalizzazione di vere e proprie comunità di apprendimento, e verso l’immissione diretta di chi apprende nella ricerca e nel lavoro professionale concreto.
Per tutte queste ragioni – assai più che per parentopoli - la governance attuale è inadeguata. Facoltà e dipartimenti sono spesso diventati delle gabbie che frenano gli scambi tra competenze disciplinari diverse. L’illusione di una struttura tutta basata su consigli apparentemente democratici ma senza vere responsabilità è sfumata quasi subito. La forza propulsiva della riforma autonomistica del 1989 è in buona parte esaurita, e occorre rigenerarla. Dobbiamo favorire un nuovo assetto in grado di fronteggiare quattro grandi temi: la sfida della “massa critica” da raggiungere per essere in grado di competere nella ricerca, la sfida della qualità, la sfida della valutazione come criterio generale di scelta, la sfida della valorizzazione e responsabilizzazione dei giovani. Apriamo su tutto questo una discussione organizzata, e in grado di incidere sull’azione di governo.

* Comitato Promotore Nazionale Sd




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7 novembre 2007

uni

 

 

 

 

 

Un articolo di Mariangela Paradisi, dell’Università Politecnica delle Marche, apparso sul Corriere Adriatico del 23 ottobre 2007.

 

 

Oltre venti anni fa’, è cominciata in Italia la moda dei “sistemi territoriali” che competono tra di loro. Non più le imprese e i settori, con le loro mutevoli peculiarità tecnologiche, di mercato e organizzative sono in primo piano, ma i territori. E questo fenomenale errore metodologico non è stato privo di conseguenze deleterie.

Alla nuova visione si adegua infatti, e ben volentieri, il policy maker, che dai rapporti con le istituzioni politiche locali e i vari organismi datoriali, certamente trae maggior ragione di consenso che dai rapporti con il mondo delle imprese. Si adeguano le università alle quali, con voce sempre più squillante, si chiede di “integrarsi” col mondo produttivo circostante. Essendo in grado di perorare in ogni caso le proprie cause, si adeguano ben volentieri anche le imprese “politicamente connesse” che possono influenzare le politiche economiche regionali, grazie loro alla dimensione ma anche agli storici rapporti con la classe politica dirigente, alla cui formazione hanno spesso direttamente contribuito.

Quali gli effetti di questa miope visione del mondo? Molteplici e su più versanti.

Innanzi tutto, la sempre minore conoscenza da parte della politica del mondo produttivo che dovrebbe governare. L’attenzione al territorio anziché al mondo delle imprese, produce infatti interventi generici e indifferenziati che non tengono conto delle profonde modificazioni intervenute in vent’anni nell’organizzazione industriale. Ingessati da vecchi metodi di intervento, gli stimoli alla ricerca e alla innovazione, fondamentali per competere negli attuali scenari, sono spesso insufficienti. Nel caso delle Marche, in particolare, i dati sono eloquenti: la regione è quintultima in Italia per spesa in Ricerca&Sviluppo “intra muros” per abitante: 143 euro nel 2005 contro una media italiana di 274 euro; le nostre imprese si collocano agli ultimi posti per spesa in R&S: 737 euro in media contro i mille924 della media italiana; le istituzioni pubbliche e private no profit dedicano alla spesa in R&S cifre modeste. Idem nel caso delle innovazioni: nel 2004 le imprese marchigiane erano ampiamente sotto la media italiana per spesa in innovazione per addetto: 2mila e 800 euro, contro i 4mila euro italiani.

Secondo effetto, le profonde modificazioni sollecitate e indotte nel sistema di istruzione universitario, che da generatore di ricerca di base – per intenderci, la ricerca non immediatamente finalizzata a scopi economici –, così importante per lo sviluppo di un paese, diventa sempre più fornitore di ricerca applicata alle esigenze immediate del territorio circostante. E l’Università trasforma profondamente la sua stessa essenza anche nei confronti degli studenti: non più offerta di cultura in grado di formare “per la vita” e al di là delle esigenze spicciole del mondo del lavoro - spesso distorto da inefficienze e rigidità - ma offerta di tecnicismi, perseguita anche tramite la moltiplicazione dei corsi di laurea sempre più tarati su particolari professioni ritenute “di moda” e dunque in grado di attirare studenti. La riorganizzazione secondo il modello del “tre più due” (tre anni per laurearsi più altri due per eventualmente “specializzarsi”) fa il resto: gli insegnamenti si riducono e i contenuti pure. Date le nuove regole di finanziamento pubblico degli atenei – basate su un deleterio “efficientismo” del tipo: numero di laureati nel più breve tempo possibile - la necessità di presidiare il territorio conduce infine alla moltiplicazione delle sedi, che portano l’università sotto casa dei potenziali fruitori, riducendola ad una sorta di post-secondaria superiore che della “atmosfera universitaria” nulla ha. Oltre a ciò, una pletora di master, corsi di Istruzione e Formazione Tecnica Superiore (spesso “commissionati” di fatto dalle imprese, che evitano così di destinare risorse proprie alla formazione), corsi FSE e chi più ne ha più ne metta, completano il quadro di una offerta di istruzione e formativa che si va spezzettando in mille rivoli e, frequentemente, dequalificando.

I potenziali fruitori, però, ora sembrano aver imparato a districarsi. Passata l’euforia di mamma e papà che vedono la possibilità di laureare i figli con esborsi economici relativamente contenuti, ricominciano a fare scelte più ragionate e di lungo periodo. Ecco, allora, che si ridisegna a livello italiano una nuova “attrattività” delle università.

Le Marche ne soffrono, perché certamente penalizzate dal numero troppo elevato di corsi offerti da ben quattro atenei che si fanno concorrenza tra loro e, dunque, da una offerta non chiaramente definita nella mente degli utenti. E l’indice di attrattività delle Marche si abbassa in modo preoccupante: nel 1998 gli studenti immatricolati che provenivano da altre regioni erano l’11% del totale, nel 2004 erano scesi all’1,3%.

E’ necessario cambiare rapidamente direzione di marcia? Certamente sì. L’Università ci sta, in alcuni casi, provando. La politica sembra essere, invece, molto più lenta di riflessi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




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16 ottobre 2007

La questione ambientale nel nostro territorio

 

VENERDI’ 26 Ottobre alle ore 18

presso i locali dell’ex mattatoio comunale

(via 2 fonti)

INCONTRO con CENA

Ore 18

La questione ambientale nel nostro territorio,

ne parliamo con:

Valerio CALZOLAIO – resp. Nazionale ambiente SD

Massimo BINCI – Cons. Regionale -SD

Luigi CARLOCCHIA – Ass. Provinciale all’agricoltura -SD

Mauro MAGGINI – Consigliere provinciale -SD

Lorenzo MARCONI – Ass. all’ambiente Macerata –SD

Pierpaolo TARTABINI - Capogruppo SD – Macerata

Ore 20,30

CENA

SIETE INVITATI A PARTECIPARE E PORTARE QUANTI POSSONO ESSERE INTERESSATI.

SINISTRA DEMOCRATICA

Macerata

Per partecipare alla cena confermare a: Fausto Cassianii-3396192485 Lorena Pallotto-3385470931 ; Pierpaolo Tartabini -3486083048; Paolo Branchesi -338379345; Paolo Pennacchietti -3396251400




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9 ottobre 2007

GRAVISSIMO ATTENTATO AL PAESAGGIO DELL’APPENNINO

 

 

 

 

            Nel silenzio e nella disinformazione pressoché generali il prossimo mercoledì 10 ottobre ad Ancona un'apposita Conferenza di servizi deciderà - se qualcuno non si opporrà (e finora non risulta che qualcuno degli enti convocati intenda opporsi) - uno dei più gravi attentati al paesaggio che si siano mai verificati nell'Appennino umbro-marchigiano.

            La decisione riguarda due imponenti impianti eolici collocati nell’alto maceratese - e precisamente nel territorio di Montecavallo, Serravalle del Chienti e Pievetorina, nei pressi del Parco Nazionale dei Monti Sibillini – e progettati l’uno da un soggetto privato e l’altro dalla Comunità Montana di Camerino. Nel complesso si tratta di costruire circa 30 torri eoliche ciascuna di 80 metri di altezza più 40 metri di pale per un totale di 120 metri (sì, cen-to-ven-ti metri, pari a grattacieli di 40 piani, oltre, naturalmente, alle fondazioni che dovranno essere molto solide e profonde e alle strade di accesso!). Queste torri saranno ben visibili dall'intero versante occidentale della dorsale principale dei Sibillini, dagli altri rilievi della Val Nerina e dalla piana di Colfiorito. Uno dei paesaggi italiani che si sono meglio conservati verrà irrimediabilmente compromesso. Muterà radicalmente la stessa percezione che ciascuno di noi di questi splendidi luoghi. Quanto ai rapporti ecologici si consideri – per fare un solo significativo esempio – che a poca distanza dalle torri (circa 3-4 Km) vi è uno dei rari nidi d'aquila presenti nell’Appennino centrale.

            Si aggiunga che tra i progetti in corso di valutazione da parte della Regione Marche - oltre a questi due in fase di decisione da parte della Conferenza dei servizi di mercoledì prossimo - ve ne sono altri sette di cui ben cinque interessano l'alto maceratese e incideranno in particolare sul paesaggio dei Sibillini.

            Nel convegno di Fiuminata svoltosi due anni fa alla presenza di autorità regionali e locali era stata sottolineata la necessità di procedere sperimentalmente e di iniziare con il progetto proposto dal Sindaco di quel Comune per verificarne l’impatto prima di passare agli altri progetti. Nello stesso tempo era emersa chiaramente l’inaccettabilità di un disegno che mirava a collocare nell’alto maceratese la massima parte degli impianti eolici marchigiani. Tutto dimenticato.

            Non è però possibile che questa operazione passi sotto silenzio, che non si tenga conto delle forti perplessità che, malgrado la mancata informazione e forse proprio a causa di tale mancanza, sono state avanzate da qualche parte nei confronti dei progetti.

            Si può anche essere favorevoli agli interventi con la motivazione che si tratta di energia pulita, ma si dica chiaramente e pubblicamente che il costo da sopportare è la perdita di uno dei più bei paesaggi dell'Italia centrale. Valuteranno poi i cittadini se vale la pena sacrificare una delle risorse più importanti del territorio sull’altare di politiche energetiche che, pur puntando sull’eolico, non sono in grado di arrestare minimamente il vertiginoso aumento di gas serra immessi in atmosfera.

            Non è comunque possibile che i cittadini si trovino ancora una volta di fronte al fatto compiuto. Il caso Monticchiello in Toscana  docet e qui rischiamo di essere in presenza di una Monticchiello all’ennesima potenza.

            Sarebbe triste che subito dopo la visita del Capo dello Stato, il quale ha potuto constatare e apprezzare personalmente la rinascita delle zone terremotate a dieci anni dal sisma, una nuova e inaspettata catastrofe si abbattesse su questo territorio.

 

Carlo Alberto Graziani

già Presidente del Parco Nazionale dei Monti Sibillini 

 

 


1 settembre 2007

Manifestazione del 20 Ottobre: Che fare?

Il 20 ottobre la manifestazione promossa dalla Sinistra del governo Prodi per migliorare il memorandum sul welfare si farà: ad assicurarlo sono i segretari di Rifondazione e Pdci Giordano e Diliberto. Sono state rispedite al mittente, dunque, le minacce di aprire una crisi sferrate dal Ministro della giustizia Mastella e riproposte da D'Alema e Veltroni alla festa dell'Udeur a Telese.
Minacce giudicate "fuori luogo da chi, in prima persona, ha manifestato al Family Day contro un disegno di legge presentato dal governo (i DiCo)". 
Una situazione pericolosa per il governo Prodi che si trova per l'ennesima volta alle prese con una frizione tra l'ala moderata dello schieramento (che anche in queste settimane non ha fatto mancare auspici di cambi di maggioranza) e l'ala "radicale" che pretende che sia rispettato il programma sottoscritto da tutte le forze dell'Unione.
In questo contesto pieno di tensioni cerca di mediare Fabio Mussi, coordinatore di Sinistra democratica, che lancia una proposta coraggiosa dalle pagine del Corriere: trasformare la manifestazione del 20 ottobre in un'assemblea dove costruire una piattaforma sul lavoro per garantire un'azione comune di tutta la sinistra per i prossimi mesi di governo.
Eccoci all'ennesimo bivio per la sinistra: partecipare ad una grande manifestazione popolare, che la sinistra ha da sempre nel proprio DNA, ma che quasi sicuramente avrà sentimenti anti-governativi, che verranno verosimilmente amplificati dalla grande stampa (che ormai cavalca quell'ipotesi del "taglio delle ali" lanciata da Paolo Mieli diverso tempo fa) o costruire qualcosa di alternativo? La scelta è difficile, ma io spero che prevalga il buon senso; di tutti.

Per l'intervista integrale di Mussi al Corriere della Sera:
http://www.sinistra-democratica.it/dalla-stampa/interviste-377

Daniele Principi




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11 agosto 2007

Ad ogni modo, quanto a me sia chiaro: io, ancorché multinazionale, darei l'intera Montedison per una lucciola. P.P.Pasolini

 Una lettura per riflettere in vacanza.


Il vuoto del potere
ovvero
L'articolo delle lucciole
di Pier Paolo Pasolini
dal "Corriere della sera" del 1° febbraio 1975 


La distinzione tra fascismo aggettivo e fascismo sostantivo risale niente meno che al giornale "Il Politecnico", cioè all'immediato dopoguerra..." Così comincia un intervento di Franco Fortini sul fascismo ("L'Europeo, 26-12-1974): intervento che, come si dice, io sottoscrivo tutto, e pienamente. Non posso però sottoscrivere il tendenzioso esordio. Infatti la distinzione tra "fascismi" fatta sul "Politecnico" non è né pertinente né attuale. Essa poteva valere ancora fino a circa una decina di anni fa: quando il regime democristiano era ancora la pura e semplice continuazione del regime fascista. Ma una decina di anni fa, è successo "qualcosa". "Qualcosa" che non c'era e non era prevedibile non solo ai tempi del "Politecnico", ma nemmeno un anno prima che accadesse (o addirittura, come vedremo, mentre accadeva). 
Il confronto reale tra "fascismi" non può essere dunque "cronologicamente", tra il fascismo fascista e il fascismo democristiano: ma tra il fascismo fascista e il fascismo radicalmente, totalmente, imprevedibilmente nuovo che è nato da quel "qualcosa" che è successo una decina di anni fa. 
Poiché sono uno scrittore, e scrivo in polemica, o almeno discuto, con altri scrittori, mi si lasci dare una definizione di carattere poetico-letterario di quel fenomeno che è successo in Italia una decina di anni fa. Ciò servirà a semplificare e ad abbreviare il nostro discorso (e probabilmente a capirlo anche meglio). 
Nei primi anni sessanta, a causa dell'inquinamento dell'aria, e, soprattutto, in campagna, a causa dell'inquinamento dell'acqua (gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti) sono cominciate a scomparire le lucciole. Il fenomeno è stato fulmineo e folgorante. Dopo pochi anni le lucciole non c'erano più. (Sono ora un ricordo, abbastanza straziante, del passato: e un uomo anziano che abbia un tale ricordo, non può riconoscere nei nuovi giovani se stesso giovane, e dunque non può più avere i bei rimpianti di una volta). 
Quel "qualcosa" che è accaduto una decina di anni fa lo chiamerò dunque "scomparsa delle lucciole". 
Il regime democristiano ha avuto due fasi assolutamente distinte, che non solo non si possono confrontare tra loro, implicandone una certa continuità, ma sono diventate addirittura storicamente incommensurabili. La prima fase di tale regime (come giustamente hanno sempre insistito a chiamarlo i radicali) è quella che va dalla fine della guerra alla scomparsa delle lucciole, la seconda fase è quella che va dalla scomparsa delle lucciole a oggi. Osserviamole una alla volta. 

Prima della scomparsa delle lucciole
La continuità tra fascismo fascista e fascismo democristiano è completa e assoluta. Taccio su ciò, che a questo proposito, si diceva anche allora, magari appunto nel "Politecnico": la mancata epurazione, la continuità dei codici, la violenza poliziesca, il disprezzo per la Costituzione. E mi soffermo su ciò che ha poi contato in una coscienza storica retrospettiva. La democrazia che gli antifascisti democristiani opponevano alla dittatura fascista, era spudoratamente formale. 
Si fondava su una maggioranza assoluta ottenuta attraverso i voti di enormi strati di ceti medi e di enormi masse contadine, gestiti dal Vaticano. Tale gestione del Vaticano era possibile solo se fondata su un regime totalmente repressivo. In tale universo i "valori" che contavano erano gli stessi che per il fascismo: la Chiesa, la Patria, la famiglia, l'obbedienza, la disciplina, l'ordine, il risparmio, la moralità. Tali "valori" (come del resto durante il fascismo) erano "anche reali": appartenevano cioè alle culture particolari e concrete che costituivano l'Italia arcaicamente agricola e paleoindustriale. Ma nel momento in cui venivano assunti a "valori" nazionali non potevano che perdere ogni realtà, e divenire atroce, stupido, repressivo conformismo di Stato: il conformismo del potere fascista e democristiano. Provincialità, rozzezza e ignoranza sia delle "élites" che, a livello diverso, delle masse, erano uguali sia durante il fascismo sia durante la prima fase del regime democristiano. Paradigmi di questa ignoranza erano il pragmatismo e il formalismo vaticani. 
Tutto ciò che risulta chiaro e inequivocabilmente oggi, perché allora si nutrivano, da parte degli intellettuali e degli oppositori, insensate speranze. Si sperava che tutto ciò non fosse completamente vero, e che la democrazia formale contasse in fondo qualcosa. Ora, prima di passare alla seconda fase, dovrò dedicare qualche riga al momento di transizione. 

Durante la scomparsa delle lucciole
In questo periodo la distinzione tra fascismo e fascismo operata sul "Politecnico" poteva anche funzionare. Infatti sia il grande paese che si stava formando dentro il paese - cioè la massa operaia e contadina organizzata dal PCI - sia gli intellettuali anche più avanzati e critici, non si erano accorti che "le lucciole stavano scomparendo". Essi erano informati abbastanza bene dalla sociologia (che in quegli anni aveva messo in crisi il metodo dell'analisi marxista): ma erano informazioni ancora non vissute, in sostanza formalistiche. Nessuno poteva sospettare la realtà storica che sarebbe stato l'immediato futuro; né identificare quello che allora si chiamava "benessere" con lo "sviluppo" che avrebbe dovuto realizzare in Italia per la prima volta pienamente il "genocidio" di cui nel "Manifesto" parlava Marx. 

Dopo la scomparsa delle lucciole
I "valori" nazionalizzati e quindi falsificati del vecchio universo agricolo e paleocapitalistico, di colpo non contano più. Chiesa, patria, famiglia, obbedienza, ordine, risparmio, moralità non contano più. E non servono neanche più in quanto falsi. Essi sopravvivono nel clerico-fascismo emarginato (anche il MSI in sostanza li ripudia). A sostituirli sono i "valori" di un nuovo tipo di civiltà, totalmente "altra" rispetto alla civiltà contadina e paleoindustriale. Questa esperienza è stata fatta già da altri Stati. Ma in Italia essa è del tutto particolare, perché si tratta della prima "unificazione" reale subita dal nostro paese; mentre negli altri paesi essa si sovrappone con una certa logica alla unificazione monarchica e alla ulteriore unificazione della rivoluzione borghese e industriale. Il trauma italiano del contatto tra l'"arcaicità" pluralistica e il livellamento industriale ha forse un solo precedente: la Germania prima di Hitler. Anche qui i valori delle diverse culture particolaristiche sono stati distrutti dalla violenta omologazione dell'industrializzazione: con la conseguente formazione di quelle enormi masse, non più antiche (contadine, artigiane) e non ancor moderne (borghesi), che hanno costituito il selvaggio, aberrante, imponderabile corpo delle truppe naziste. 
In Italia sta succedendo qualcosa di simile: e con ancora maggiore violenza, poiché l'industrializzazione degli anni Settanta costituisce una "mutazione" decisiva anche rispetto a quella tedesca di cinquant'anni fa. Non siamo più di fronte, come tutti ormai sanno, a "tempi nuovi", ma a una nuova epoca della storia umana, di quella storia umana le cui scadenze sono millenaristiche. Era impossibile che gli italiani reagissero peggio di così a tale trauma storico. Essi sono diventati in pochi anni (specie nel centro-sud) un popolo degenerato, ridicolo, mostruoso, criminale. Basta soltanto uscire per strada per capirlo. Ma, naturalmente, per capire i cambiamenti della gente, bisogna amarla. Io, purtroppo, questa gente italiana, l'avevo amata: sia al di fuori degli schemi del potere (anzi, in opposizione disperata a essi), sia al di fuori degli schemi populisti e umanitari. Si trattava di un amore reale, radicato nel mio modo di essere. Ho visto dunque "coi miei sensi" il comportamento coatto del potere dei consumi ricreare e deformare la coscienza del popolo italiani, fino a una irreversibile degradazione. Cosa che non era accaduta durante il fascismo fascista, periodo in cui il comportamento era completamente dissociato dalla coscienza. Vanamente il potere "totalitario" iterava e reiterava le sue imposizioni comportamentistiche: la coscienza non ne era implicata. I "modelli" fascisti non erano che maschere, da mettere e levare. Quando il fascismo fascista è caduto, tutto è tornato come prima. Lo si è visto anche in Portogallo: dopo quarant'anni di fascismo, il popolo portoghese ha celebrato il primo maggio come se l'ultimo lo avesse celebrato l'anno prima. 
È ridicolo dunque che Fortini retrodati la distinzione tra fascismo e fascismo al primo dopoguerra: la distinzione tra il fascismo fascista e il fascismo di questa seconda fase del potere democristiano non solo non ha confronti nella nostra storia, ma probabilmente nell'intera storia. 
Io tuttavia non scrivo il presente articolo solo per polemizzare su questo punto, benché esso mi stia molto a cuore. Scrivo il presente articolo in realtà per una ragione molto diversa. Eccola. 
Tutti i miei lettori si saranno certamente accorti del cambiamento dei potenti democristiani: in pochi mesi, essi sono diventati delle maschere funebri. È vero: essi continuano a sfoderare radiosi sorrisi, di una sincerità incredibile. Nelle loro pupille si raggruma della vera, beata luce di buon umore. Quando non si tratti dell'ammiccante luce dell'arguzia e della furberia. Cosa che agli elettori piace, pare, quanto la piena felicità. Inoltre, i nostri potenti continuano imperterriti i loro sproloqui incomprensibili; in cui galleggiano i "flatus vocis" delle solite promesse stereotipe. In realtà essi sono appunto delle maschere. Son certo che, a sollevare quelle maschere, non si troverebbe nemmeno un mucchio d'ossa o di cenere: ci sarebbe il nulla, il vuoto. La spiegazione è semplice: oggi in realtà in Italia c'è un drammatico vuoto di potere. Ma questo è il punto: non un vuoto di potere legislativo o esecutivo, non un vuoto di potere dirigenziale, né, infine, un vuoto di potere politico in un qualsiasi senso tradizionale. Ma un vuoto di potere in sé. 
Come siamo giunti, a questo vuoto? O, meglio, "come ci sono giunti gli uomini di potere?". 
La spiegazione, ancora, è semplice: gli uomini di potere democristiani sono passati dalla "fase delle lucciole" alla "fase della scomparsa delle lucciole" senza accorgersene. Per quanto ciò possa sembrare prossimo alla criminalità la loro inconsapevolezza su questo punto è stata assoluta; non hanno sospettato minimamente che il potere, che essi detenevano e gestivano, non stava semplicemente subendo una "normale" evoluzione, ma sta cambiando radicalmente natura. 
Essi si sono illusi che nel loro regime tutto sostanzialmente sarebbe stato uguale: che, per esempio, avrebbero potuto contare in eterno sul Vaticano: senza accorgersi che il potere, che essi stessi continuavano a detenere e a gestire, non sapeva più che farsene del Vaticano quale centro di vita contadina, retrograda, povera. Essi si erano illusi di poter contare in eterno su un esercito nazionalista (come appunto i loro predecessori fascisti): e non vedevano che il potere, che essi stessi continuavano a detenere e a gestire, già manovrava per gettare la base di eserciti nuovi in quanto transnazionali, quasi polizie tecnocratiche. E lo stesso si dica per la famiglia, costretta, senza soluzione di continuità dai tempi del fascismo, al risparmio, alla moralità: ora il potere dei consumi imponeva a essa cambiamenti radicali nel senso della modernità, fino ad accettare il divorzio, e ormai, potenzialmente, tutto il resto, senza più limiti (o almeno fino ai limiti consentiti dalla permissività del nuovo potere, peggio che totalitario in quanto violentemente totalizzante). 
Gli uomini del potere democristiani hanno subito tutto questo, credendo di amministrarselo e soprattutto di manipolarselo. Non si sono accorti che esso era "altro": incommensurabile non solo a loro ma a tutta una forma di civiltà. Come sempre (cfr. Gramsci) solo nella lingua si sono avuti dei sintomi. Nella fase di transizione - ossia "durante" la scomparsa delle lucciole - gli uomini di potere democristiani hanno quasi bruscamente cambiato il loro modo di esprimersi, adottando un linguaggio completamente nuovo (del resto incomprensibile come il latino): specialmente Aldo Moro: cioè (per una enigmatica correlazione) colui che appare come il meno implicato di tutti nelle cose orribili che sono state, organizzate dal '69 ad oggi, nel tentativo, finora formalmente riuscito, di conservare comunque il potere. 
Dico formalmente perché, ripeto, nella realtà, i potenti democristiani coprono con la loro manovra da automi e i loro sorrisi, il vuoto. Il potere reale procede senza di loro: ed essi non hanno più nelle mani che quegli inutili apparati che, di essi, rendono reale nient'altro che il luttuoso doppiopetto. 
Tuttavia nella storia il "vuoto" non può sussistere: esso può essere predicato solo in astratto e per assurdo. È probabile che in effetti il "vuoto" di cui parlo stia già riempiendosi, attraverso una crisi e un riassestamento che non può non sconvolgere l'intera nazione. Ne è un indice ad esempio l'attesa "morbosa" del colpo di Stato. Quasi che si trattasse soltanto di "sostituire" il gruppo di uomini che ci ha tanto spaventosamente governati per trenta anni, portando l'Italia al disastro economico, ecologico, urbanistico, antropologico. 
In realtà la falsa sostituzione di queste "teste di legno" (non meno, anzi più funereamente carnevalesche), attuata attraverso l'artificiale rinforzamento dei vecchi apparati del potere fascista, non servirebbe a niente (e sia chiaro che, in tal caso, la "truppa" sarebbe, già per sua costituzione, nazista). Il potere reale che da una decina di anni le "teste di legno" hanno servito senza accorgersi della sua realtà: ecco qualcosa che potrebbe aver già riempito il "vuoto" (vanificando anche la possibile partecipazione al governo del grande paese comunista che è nato nello sfacelo dell'Italia: perché non si tratta di "governare"). Di tale "potere reale" noi abbiamo immagini astratte e in fondo apocalittiche: non sappiamo raffigurarci quali "forme" esso assumerebbe sostituendosi direttamente ai servi che l'hanno preso per una semplice "modernizzazione" di tecniche. Ad ogni modo, quanto a me (se ciò ha qualche interesse per il lettore) sia chiaro: io, ancorché multinazionale, darei l'intera Montedison per una lucciola. 




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28 luglio 2007

Le parole giuste sono importanti

Apriamo  uno spazio per  parlare confrontarsi crescere dire quello che vogliamo.Un pò  le domande  a cui  cerca di rispondere Quelo ( avete presente l' intramontabile imitazione del  santone  che veniva :"Da Bari col treno") "chi siamo  , dove stiamo andando ?", speriamo che questo blog aiuti ad aprire un diabattito sulla SINISTRA DEMOCRATICA  qui  a Macerata, ma non solo vogliamo paralare di cose  di sinistra.
 Vogliamo paralare di cose e parole di sinistra, ma forse anche solo di giustizia , vogliamo parlare di precarietà , di legalità, di un mondo diverso, evitando i luoghi  comuni e le frasi fatte.Quindi scrivete commentate  rispondete provocate....tenendo presente però che  "Chi  parla male , pensa male  e vive male.Bisogna  trovare le parole giuste le parole sono importanti"(N.Moretti).Aspetto le vostre parole...




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